2024 – Le rose di Sarajevo

Nell’aprile del 1992, Sarajevo venne sottoposta ad un lungo e violento assedio durato 1425 giorni fino al febbraio 1996. Le vittime furono 11.541, tra cui 1600 bambini, e i feriti più di 50mila. Le truppe dell’Armata Popolare Jugoslavia, e dell’esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, circondarono la città, sbarrando tutte le principali vie d’accesso e tra maggio e luglio del ‘92 le forze assedianti lasciarono la città senza elettricità, tagliando in seguito il rifornimento dell’acqua, con tutto quello che ne consegue: case al buio, illuminate solo dalle candele o dalle torce finché duravano le batterie, gente che non riusciva più lavarsi e girovagava per la città con taniche e serbatoi alla ricerca di qualche cisterna d’acqua dove rifornirsi, con la paura di attraversare le strade e finire colpiti dai cecchini, strade  che nel frattempo andavano riempendosi  di mucchi di immondizia marcescente, quando non erano i cadaveri delle persone che, colpiti dai cecchini, non venivano rimossi per paura di essere a sua volta uccisi. La gente aveva cominciato ad andare in giro per la città alla ricerca di cibo che iniziava a scarseggiare.  Le strade di Sarajevo sono piene di palazzi le cui facciate sono crivellate di colpi sparati dai cecchini ed il nostro pensiero non può fare a meno di pensare a quanto l’uomo può essere bestiale e feroce, a come sia possibile prendere la mira e trovare soddisfazione nel colpire a sangue freddo un bambino che sta giocando nel proprio cortile, o una donna incinta che cammina per strada, un anziano in fila per gli aiuti umanitari, o qualcuno che esce sul balcone per una boccata d’aria. Strade dove i sarajevesi, vecchi, giovani, uomini, donne, musulmani, croati, serbi, sfrecciavano a zigzag nel tentativo di schivare le pallottole. I ponti sulla Miljaca, essendo più esposti e pericolosi degli incroci, all’epoca videro cadere numerose vittime: le prime furono due donne sul ponte di Vrbanja, oggi a loro dedicato, mentre sfilavano durante una manifestazione per la pace. Sul lungofiume le granate hanno lasciato tracce sulle facciate e solchi sui marciapiedi, che oggi sono stati riempiti di una resina rossa, a testimonianza di quel periodo. Come la “rosa di Sarajevo” a Vase Miskina quando una granata colpì una folla di persone in fila per il pane, o quella che nel Merkale segna il luogo dove scoppiò l’ordigno che uccise 68 civili e ne ferì 200.

Gli stessi luoghi simbolo delle Olimpiadi divennero in poco tempo tristi teatri di crimini di guerra e contro l’umanità: la pista costruita sul monte Trebević per disputare le gare di bob e slittino venne convertita durante l’assedio in una postazione d’artiglieria; il podio in cemento dove venivano premiati gli atleti fu utilizzato come sito per le esecuzioni da parte delle truppe assedianti; il moderno hotel costruito nel villaggio olimpico per sportivi e addetti ai lavori fu trasformato in una prigione. La Biblioteca nazionale ed universitaria di Bosnia ed Herzegovina, un bel edificio moresco, la “Vijecnica”, un tempo ex municipio e poi biblioteca, nell’agosto del 1992, venne colpito da trenta bombe incendiarie sparate dai mortai sulle colline sovrastanti; un incendio talmente violento che causò la distruzione di quasi due milioni di documenti, tra libri, manoscritti rari, registri catastali, archivi di giornali, un intero patrimonio nazionale distrutto in una notte A tanta barbarie si contrappose la civiltà dei cittadini di Sarajevo che formando una catena umana riuscirono a salvare dall’incendio alcuni volumi. Oggi la Biblioteca è diventato un centro d’arte, e uno dei tanti spazi espositivi dove la memoria odierna dell’assedio viene tenuta viva, da immagini, documenti e manufatti.

La Sarajevo odierna è una città vivace, ordinata, che ha mantenuto il suo spirito multiculturale, chiamata la “Gerusalemme d’Europa” per la convivenza di religioni: Islam, Cristianesimo ortodosso, Cattolicesimo ed Ebraismo. Anche se sono passati trent’anni, tra gli abitanti della città, che hanno vissuto quel periodo, è ancora vivo il trauma per aver assistito a episodi di una crudeltà e orrore indicibili. La città ne conserva il ricordo in piccoli musei sparsi nei vari palazzi. Ma Sarajevo è anche una città che offre ai giovani e ai turisti che arrivano da ogni parte del mondo, eventi culturali e una vivace vita notturna tra locali, bar e ristoranti.

Il progetto è stato realizzato oltre che dai fotografi de Il Terzo Occhio photography anche dall’amico Angelo Baffa Giusa. La mostra è costituita da 36 immagini, mentre il volume omonimo ne raccoglie 78. 

Mostre/Exibition

2026 – Lanzo Torinese (TO), Centro LanzoIncontra

Valerio Bianco

Franco Bussolino

Emilio Ingenito

Giorgio Veronesi

Pier Paolo Viola