2020 – Ritratti di fotografi in un interno

Fotografo ergo sum

 

Una fotografia, e tutto quello che vi compare non fa che parlare di noi: il soggetto che ci ha attratto, l’angolazione che abbiamo scelto, l’inquadratura, la focale, le relazioni tra gli oggetti. Ogni nostra manifestazione è un autoritratto o il frammento di un autoritratto. Se poi all’interno della fotografia compariamo noi stessi ed il nostro mondo, ecco che il salto dall’inconscio al conscio è compiuto. Questo è quello che è successo nella realizzazione del progetto “Ritratti di fotografi in un interno”, dove i cinque fotografi, rinchiusi nelle proprie case da questa emergenza sanitaria Covid-19, da questa forma di isolamento, contenimento, lockdown, prigionia forzata, quarantena, o come la si voglia chiamare,  pensando all’inanimata macchina fotografica, compagna di tanti viaggi ed innumerevoli scatti, hanno deciso di portarla in viaggio in un luogo chiamato casa, alla scoperta di una tribù chiamata famiglia. Ed è proprio in questi momenti, in cui ci rifugiamo nella fotografia, non solo come un oggetto da rigirare tra le mani alla ricerca di ricordi, istanti, persone, ma come azione del fare, del sentirci ancora presenti in questo tempo sospeso. Fotografare per raccontare una sensazione di vita non vissuta, dove “ignoti a noi stessi” compariamo sull’immagine fotografica con i nostri pensieri, con le nostre emozioni. L’autobiografia in fotografia è esercizio assai pericoloso, se manca la sincerità, se la rappresentazione della scena, non risponde al nostro modo di essere, ma si limita ad una messinscena, dove il tecnicismo prende il posto del verismo. Gli autori di questo lavoro invece, hanno saputo raccontare con sentimento ed ironia, le loro giornate quotidiane, strette nella morsa di un momento storico drammatico, come poche volte è dato vedere. Il valore semantico di queste fotografie è nella lettura socio-psicologica che gli autori hanno voluto dare loro ma, rivisto nel tempo, il suo carattere intimistico e minimalista, acquisterà il valore storico della memoria: come eravamo, come siamo stati. La genesi di questo progetto, è avvenuta durante incontri in video chat, un po’ per tenersi compagnia, ma anche per confrontarsi e trovare nuove idee su cui lavorare. L’approccio metodologico ha rispecchiato quello di precedenti lavori, dove i singoli autori hanno lavorato alla tematica in modo autonomo, con la più completa libertà stilistica e tecniche di rappresentazione, proprio per rimarcare che questo periodo è stato vissuto in modo diverso, come diversa è la personalità dei singoli autori de Il Terzo Occhio photography. Questo esercizio di stile ha già visto in passato, in 25 anni di attività, produrre lavori che su una medesima tematica, con diversità stilistica si è riusciti ad ottenere unitarietà di risultato. “Ritratti di fotografi in un interno” è una continua citazione colta, che mutua le proprie immagini dal mondo delle arti figurative, del cinema e dei fumetti. Un lavoro autobiografico in cui ognuno potrà riconoscersi.

         (Emilio Ingenito)

 

Valerio Bianco

Esistenze sospese 

Nelle opere di Valerio Bianco si rende esplicita una visione razionale e addirittura razionalista della vita quotidiana, tramite la registrazione dell’inesorabile scorrere del tempo (un orologio associato a un calendario) oppure attraverso le linee verticali dei tendaggi, delle porte, degli infissi delle finestre, queste ultime utilizzate come unità di misura con le quali verificare l’effettiva esistenza del mondo esterno, davanti al quale ci si rapporta con la propria gemella fisicità immobile. Un atteggiamento minimalista, che rifugge il rumore della piazza mediatica; che ha l’attesa come cifra stilistica peculiare e il silenzio come colto accompagnamento di sottofondo.   (Silvio Campus) 

 

Franco Bussolino

Myself quarantined

invece utilizza la chiave della memoria per aprire una porta sulla contemporaneità. Le immagini del matrimonio e quelle dell’infanzia/adolescenza; l’attesa davanti a una serie di album contenenti negativi e provini fotografici, disposti come la plancia di un’astronave in viaggio dal passato verso il futuro, aggirando il presente; il proprio volto sognante al cospetto di un apparecchio fotografico che si rifiuta di ritrarlo preferendogli il mondo esterno, e un terzo occhio curioso che indaga entrambi; la fiduciosa e solidale attesa di una coppia di fronte a uno schermo che rievoca la nostra umanità e la necessità dell’amore, “as time goes by”: sono frammenti in bianco e nero di un discorso sentimentale mai interrotto, fortificati dall’atto mnemonico nel quale non trovano posto l’autocommiserazione e l’enfasi.

(Silvio Campus)

Emilio Ingenito

Atti quotidiani – Polaroid stories

Con il lavoro di Emilio Ingenito, autore di pregevoli polaroid in apparente contrasto con l’ossessione moltiplicatrice dell’epoca digitale, ci troviamo di fronte a una interpretazione ironica e sdrammatizzante della quotidianità casalinga, accentuata dal carattere meditativo che questo particolare apparecchio impone: i propri piedi in attesa di una potenziale passeggiata; un curniciello portafortuna proposto come unica soluzione alla segregazione; un libro dal titolo tanto inquietante quanto attuale; la maschera di Anubi che certifica il rapporto umoristico con la morte; lo sberleffo e il ghigno sgangherato di una “porta molle”, ritratta alla maniera di Salvador Dalì, che impedisce al recluso di uscire; il frigorifero in cui sopravvivono cibi e oggetti come simboli dello spaesamento quotidiano; un grattacielo/totem rimasto privo di adoratori.    (Silvio Campus)

 

Giorgio Veronesi

Soliti gesti/Nuove valenze

Le fotografie di Giorgio Veronesi inducono alla riflessione sullo spazio domestico quotidiano, che sovente viene considerato, in modo erroneo, un luogo di eventi ripetitivi (cibarsi, leggere, lavarsi le mani, compulsare un album fotografico), uguali giorno dopo giorno, prevedibili. In realtà i gesti non sono mai identici, e abitano con puntualità un ambientemondo nel quale la semplice vita materiale si trasforma in qualcosa di più profondo. Il bianco e nero di queste immagini conferma che la casa non è soltanto una razionalista “machine à habiter”, ma un cosmo intimo popolato di memorie archetipiche, al contempo sfocate e nitide; il nostro angolo di mondo onirico, il “primo universo” descritto nella bachelardiana poetica dello spazio.      (Silvio Campus)

 

Pier Paolo Viola

Lockdown comics 

Pier Paolo Viola ci conduce invece, con l’attenta postproduzione delle sue immagini, in un mondo dove l’ironia è veicolata da un segno grafico leggero, che trasforma le fotografie in esperimenti “pop” distanti dalle banalità e dai luoghi comuni della cronaca. La lezione di ginnastica messa in atto davanti allo schermo televisivo, un figlio alle prese con lezioni scolastiche da remoto, una colazione svogliata, la seminudità ritratta come in un’acquaforte, sono lì a ricordarci che nulla di inconsueto avviene tra le mura domestiche, neppure in un’epoca del tutto eccezionale, ma che è possibile trasformare i gesti quotidiani in icone postmoderne.

(Silvio Campus)